Is 60,1-6; Sal 71(72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12
«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio […] Verrà a te la ricchezza delle genti» (Is 60,4.5). Ma che cosa sta farneticando il profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura?
Siamo spiazzati fino all’incredulità: in un contesto socioculturale come il nostro dove ossessivamente ci stiamo lamentando del generale spopolamento delle nostre valli e della nostra alta montagna, la voce profetica ci induce a vedere che le genti si radunano e vengono a noi, che i figli arrivano da lontano e le figlie sono portate in braccio, forse un’allusione ad abbondanti nuove nascite. Inoltre, rispetto alla luce che il profeta Isaia invita a rivestire, ci siamo trovati immersi nelle ombre di 40 giovani vite bruciate, di popoli inquietati dallo strapotere degli Erodi di oggi che utilizzano la guerra per rafforzare tale potere. Non possiamo non chiederci dove intenda portarci questa parola, che cosa voglia dirci e come poterne cogliere il messaggio.
La vicenda di Maria, del suo parto che dà alla luce un bambino, di Giuseppe che ne ha cura e ne assume la responsabilità paterna, con tutto ciò che gli evangelisti Luca e Matteo ci hanno narrato è un annuncio contro-corrente. Tutto quanto in questi giorni abbiamo celebrato – la Parola ascoltata e i riti compiuti – custodisce e trasmette una “memoria sovversiva”, prospetta una visione della realtà ribaltata, ci interpella per una novità radicale. Ci chiediamo: ma quale luce rivestire? A quale splendore affidarci? Dove ancora trovare la fiducia e il coraggio di uno sguardo di futuro?
Forse ognuno di noi ha ulteriori domande più personali che inquietano il cuore e la mente: è ancora possibile far brillare la vita, gli affetti, i desideri più profondi, il nostro stare insieme e fare famiglia e comunità? È ancora in noi l’aspirazione universale alla pace? Le nostre comunità di fede – non solo le piccole, ma anche le più consistenti – percepiscono che è venuta meno l’energia dell’adesione, del sentirsi partecipi di un impegno e di un sogno comuni. Anche a riguardo la profezia di Isaia sembra non riguardarci: «Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te» (Is 60.5).
È giusto cercare dal di dentro della nostra realtà, dalla verità di ciò che siamo, in particolare dalla pochezza che è rimasta tra le nostre mani, dove il Dio del Natale di Gesù sta riversando la sua luce. Non c’è un tratto della storia che conosciamo, neppure la più sacrosanta, che sia pienamente “gloriosa”, “potente”, “già riuscita e vittoriosa”. Ecco a quale verità ci sta conducendo la stella che spunta sul cammino non definitivamente tracciato e non tanto luminoso che i Magi percorrono. Il Vangelo è giunto a noi lungo quella via: a volte di nascosto, non proprio appariscente, in continua ricerca, mai assodato, sempre proteso a nuovi passi, perennemente in situazione ed esposto a rischi di libertà e di responsabilità, mai avulso dalla fatica della vita, sempre affiancato a chi ci può aiutare e a chi chiede di essere soccorso e sostenuto… Sì, il Vangelo lo possiamo sperimentare in semplicità e autenticità su quella via dei Magi, dove nessuna ufficialità ci è di garanzia, nessun potere può sostituirsi alle nostre coscienze e nessun dovere imposto può ostacolare i nostri sogni.
Il Dio del Natale ci spiazza così: lui stesso non vuole essere cercato come un nostro possesso, un potere sacro acquisito. Proprio stamane nella sua omelia, Papa Leone ha detto: «È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono». La Chiesa e, in essa, tutte le nostre comunità non possono che optare per la via dei Magi, percorrerla nella fiducia e con speranza. È la piccola via del Vangelo, la via delle Beatitudini, Vangelo di vita accolta e donata e di gioia semplice e condivisa.
Ed ecco ancora un passaggio dell’omelia del Papa: «Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili». Invitandoci a diventare ancora e insieme “pellegrini di speranza”, come i Magi, concludeva: «La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora».
