«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). E ci è stato anche detto: «A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). L’amore ha mosso il Verbo a diventare figlio dell’uomo; a noi il compito di corrispondere con l’amore a questo dono d’amore per partecipare da figli alla stessa vita divina.
Ma l’evangelista, quasi a darci una spiegazione di questo dono del Padre, ci dice: «Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto»(Gv 1,16). La parola “pienezza” ci aiuta a comprendere che la natura di questo “dono” che il Padre ha elargito, è un’offerta d’amore. E per questo è un dono che possiede la connotazione della totalità. È proprio infatti dell’amore rifuggire da ogni minimalismo, il non tirare sul prezzo, anzi è proprio dell’amore donarsi senza risparmio, condividendo tutto con la persona amata.
Così agisce il Padre – ci ricorda l’apostolo Paolo – quando secondo il «disegno d’amore della sua volontà», ci ha scelti per «essere santi immacolati di fronte a Lui nella carità» e ci ha predestinati a essere suoi figli. È davvero, la sua, una “pienezza” d’amore.
Questa pienezza d’amore ci ha donato il Figlio di Dio che nel Natale abbiamo accolto nella sua vera umanità, condividendo tutto di noi: dalla debolezza del bimbo, alla fatica del giovane che impara un mestiere, alla stanchezza, al rischio, al disagio di camminare sulle nostre strade, alla paura della morte, alla consumazione di sé sulla croce. Un amore che arriva sino alla fine, sino alla “pienezza”, appunto.
Ora, a questo amore non si risponde attraverso il timore, la paura, l’arida obbedienza a qualche precetto, a qualche comandamento, ma con l’amore. Alla pienezza d’amore, solo un’altra “pienezza d’amore” è risposta adeguata. Certo non possiamo pretendere di prestare un contraccambio proporzionato a quanto abbiamo ricevuto. Non possiamo paragonare l’esiguità del nostro animo all’infinità dell’amore di Dio. Ma a Dio non interessa se è poco o tanto quello che possiamo dargli; potremmo dire che poco o tanto va sempre bene, purché sia tutto quello che nella nostra povertà gli sappiamo offrire, perché Egli non accetta nessuna comproprietà sul nostro cuore.
Cari amici, se questa è la realtà del Natale, allora mai come oggi, forse, sentiamo la nostra povertà per la mancanza di pienezza della nostra risposta d’amore.
Non possiamo infatti dire di amare Dio con tutto il cuore se tra i suoi comandamenti scegliamo di osservare quelli che ci convengono e di disattendere quelli che non ci garbano.
Non possiamo dire di amare Dio con tutto il cuore, se non siamo capaci di dedicargli qualche minuto nelle preghiere quotidiane e un’ora alla settimana nella partecipazione all’Eucaristia.
Non possiamo dire di amare Dio con tutto il cuore, se siamo incomprensivi e ingiusti con i nostri fratelli che sono sua immagine viva.
Non possiamo dire di amare Dio con tutto il cuore se poi cerchiamo non la sua, ma la nostra volontà e ci riteniamo padroni del bene e del male.
Pensiamoci e vediamo se c’è da cambiare qualcosa nella nostra vita affinché rispondiamo anche noi con pienezza d’amore all’amore che in pienezza Dio ha riversato su di noi in Cristo Gesù.
Forse con questo genere di riflessioni il Natale diventa un po’ meno poetico e un po’ più severo. Ma anche più “vero”.
Immagine generata con A.I.
