1. «Ecco l’Agnello», dice Giovanni. Volendo indicare Gesù come il Messia lungamente invocato, sceglie una immagine che era già stata usata dalle profezie di Isaia, che avevano detto: «Era come un agnello condotto al macello» (Is 53,7). Questa immagine la troviamo nella Sacra Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse: solo in quest’ultimo libro ben 28 volte.
Quando si vivono situazioni sociali o politiche difficili, qualcuno auspica l’intervento di un uomo forte, che sappia aiutare a superare le difficoltà; o di chi, con fermezza, metta ordine nel groviglio inestricabile di egoismi, di incomprensioni, di risentimenti; e si può anche credere, alla fin fine, di aver bisogno di qualcuno al quale si debba obbedire e che incuta timore.
La risposta di Dio sorprende, come sempre del resto: a chi, anche allora, aspettava un uomo forte ha mandato un bambino indifeso, circondato di debolezza; a chi voleva un “lupo” ha mandato un “agnello”. Ha inviato cioè qualcuno che salvasse il popolo non con la veemenza dei mezzi esteriori, ma con la luce della verità e la dolcezza della misericordia, non infliggendo agli altri violenza, ma subendola in sé; non sobillando il popolo e provocandone la collera cieca, ma sottomettendosi, Lui, agli insulti e alla violenza. Questo agire di Dio, di fronte ad un mondo in subbuglio, carico di violenze e sopraffazioni, interroga oggi tutti noi!
2. «Ecco l’Agnello che toglie il peccato del mondo», aggiunge ancora Giovanni. Vale a dire: ecco colui che ci ha riscattato, dalla perdizione e dalla morte, offrendo se stesso alla condanna e alla uccisione. È espresso qui lo scopo primo della venuta tra noi del Figlio di Dio. Dimenticarlo significa privarsi della verità del Natale. Smarrire il senso del peccato di cui facciamo esperienza quotidiana, significa non capire più perché abbiamo fatto così tanta festa il 25 dicembre.
Se è vero che siamo stati liberati dal peccato con la nascita, passione, morte e resurrezione di Cristo, è altrettanto vero che ancora non siamo però liberi dal peccato. Oggi, ad esempio, c’è chi definisce “tabù” la più elementare capacità di distinguere il bene dal male, o “complesso” il rimorso per le colpe commesse, oppure “spirito libero” chi non osserva alcuna regola morale. Di conseguenza alcuni (o molti) ritengono di non aver mai nulla da rimproverarsi e pensano che il concetto di colpa sia un residuo di inibizioni ormai superate; alcuni (o molti) ritengono anche che il male del mondo si elimini contestando le strutture e colpevolizzando la società, e non si chiedono se siano invece da convertire i cuori prima delle strutture, aprendo alla purificazione anzitutto il proprio cuore. Speriamo di non essere anche noi tra questi, perché – davvero – perdere il senso del peccato vuol dire non riconoscere di avere bisogno della liberazione che Cristo è venuto a portarci e rimanere ancora schiavi del nostro peccato.
3. «Ho visto lo Spirito scendere… su di lui», dice infine Giovanni. È preziosa questa attestazione dell’evangelista: il Messia viene a noi come colui che è ricolmo dello Spirito Santo, cioè della vita stessa di Dio. E a noi, spesso immersi e quasi travolti dalla materia, viene il dono di questo Spirito che ci fa più forti nelle lotte che dobbiamo sostenere per vincere il male che è in noi; quello Spirito, che ci rende anche più felici perché grazie a Lui sappiamo di essere oggetto di un disegno d’amore infinito.
Ecco allora che saremo pronti – se lo vorremo – a diventare “luce delle nazioni” come ci ha detto il profeta Isaia, e a dire, anche noi, come Giovanni: “Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”, l’Agnello che con mitezza e misericordia mi ha liberato dal peccato.
Cari amici: a noi – liberati – voler davvero essere liberi!
