La comunità chiede di essere ascoltata e rincuorata

«Due ore e mezza senza accorgerci, buon segno»: non è sempre così, ma colpisce il senso di serenità

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Tra le sintesi dei gruppi sinodali, che si stanno costituendo nelle nostre parrocchie, ci colpisce quella di un gruppo che si è concentrato sul tema dell’ascolto. Notano che «stiamo davvero vedendo e vivendo i cocci e le amare conseguenze che la pandemia ci lascia in eredità». Sottolineano che «l’ascolto che dovrebbe caratterizzare la Chiesa si esplicita nella parola “accoglienza”», ma evidenziano come «la Chiesa a volte abbia ancora un atteggiamento giudicante verso chi non si riconosce perfettamente nei canoni che propone». Certo, riconoscono lo sforzo di ascolto messo in campo dalla comunità cristiana, ma ne notano anche la fatica «a farsi ascoltare per un linguaggio e una ritualità non adatta ai tempi o di cui non riesce a spiegare il significato». Donde la richiesta di «una Chiesa che sia più carne ed ossa, che sappia meglio conciliare la ritualità e la vita quotidiana».

Altrettanto significativa è la testimonianza di uno dei moderatori, che ha scritto: «Partecipare da moderatore a questi incontri arricchisce lo spirito». Di seguito fa notare: «La comunità ha bisogno di essere ascoltata, capita, rincuorata: vanno ricuciti strappi tenuti nascosti». Con franchezza nota pure come spesso manchi «la comunicazione tra Chiesa e parrocchiani», verosimilmente tra i fedeli e i pastori. Ma ammette che un parroco ha bisogno di aiuto per capire, che «nulla va dato per scontato».

Particolare anche il gruppo sinodale in cui si sono raccolti i diaconi della nostra diocesi, il 10 marzo scorso a Col Cumano: «È stato bello trovarci tra noi, viste le poche volte che ci siamo riuniti in questi due anni per la pandemia». Sottolineano le difficoltà che in questi ultimi mesi si riscontrano «nei rapporti tra le persone per idee diverse sul Covid, sulla politica, sulla guerra in atto». Eppure – dicono – «abbiamo sentito molto forte il bisogno di sinodalità, ancora troppo assente» nelle comunità. Per quanto riguarda il diaconato – sottolineano – «se non vogliamo che si estingua, c’è l’urgenza di fare un “discernimento vocazionale” in diocesi, per eventuali “candidati” chiamati a questo ministero».

Un altro moderatore osserva: «Due ore e mezza senza accorgerci, buon segno». Non è sempre così, ma la cosa che più colpisce nei gruppi sinodali è questo senso di serenità. Da che cosa dipende? Certamente ci sono intuizioni originali ed efficaci nel metodo della “conversazione spirituale”, proposta in tutte le comunità del mondo: non si dibatte, non si torna a ribadire la propria, non si deve contraddire quanto raccontato da un altro. A tutti è chiesto di raccontare la propria esperienza, non un’idea o una teoria. Inoltre l’aggettivo “spirituale” non dice tanto uno stile, quanto attesta una Presenza alla quale ci si apre. È l’indicazione contenuta nel Vademecum offerto a tutte le diocesi del mondo: «Dio arriva a noi attraverso gli altri e arriva agli altri attraverso di noi, spesso in modi sorprendenti». Pare già un buon risultato il fatto che in questa consultazione diocesana si sia creata un’atmosfera «di condivisione dove le persone» si conoscono, cresce «la loro fiducia reciproca» e sentono «di poter parlare più liberamente, vivendo così un’esperienza veramente sinodale». Lo scrivevano i documenti ufficiali della Santa Sede; pare confermarlo l’esperienza in atto tra di noi. [DF]