A cura di don Giorgio Lise (4ª domenica di Avvento - anno A)

La fede di Giuseppe

Maria e Giuseppe si sono aperti all’ingresso di Dio nella loro e quindi nella nostra storia

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L’atmosfera festaiola in vista del Natale si fa più intensa e un po’ anche invadente. Le strade hanno esposto tutte le luci che potevano, il mercato, i regali, le cene associative o familiari, i lumini, i nastri, gli alberi di Natale, qualche presepe… L’attesa è palpabile. In questo “consumo” ci siamo dentro tutti. E non ci scandalizziamo, pur avvertendo che a tutto questo trambusto e festa manca spesso l’essenziale: la fede. Manca la ragione per cui siamo in festa. Abbiamo dimenticato Lui, il festeggiato.

1. Oggi la liturgia ci pone davanti due figure che forse ci possono far capire cosa significa credere, avere fede. E, magari, riprendere una vita di fede offuscata – dispiace doverlo dire – proprio dalle feste natalizie in cui molti hanno perso di vista il Festeggiato. Nelle figure di Acaz e di Giuseppe, la Chiesa oggi ci pone davanti due modi diversi di porsi davanti alla volontà di Dio. Leggiamo nella prima lettura che al re Acaz venne fatto un annuncio da parte del Signore: «chiedi un segno dal Signore tuo Dio». Dio intendeva compiere un intervento a favore del suo popolo che stava vivendo un momento particolarmente difficile. La risposta di Acaz alla richiesta di Jahvè di chiedere un segno fu questa: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Acaz non credette. Il Signore, che resta comunque fedele alle sue promesse, ugualmente «darà un segno», ma chi non crede – come Acaz – si autoesclude da quelle promesse.

2. Nella pagina evangelica è rivelata la verità più profonda circa la persona di Giuseppe, perché viene narrata l’esperienza decisiva della sua vita. Anche a lui venne fatta una richiesta. Diversa è stata la sua risposta: «Giuseppe, quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa». La maternità di Maria era per Giuseppe un enigma insolubile; qualcosa di cui non sapeva darsi ragione. Lui la amava; potremmo dire che la amava da morire (qualcuno dice che per questo “amore” è voce del verbo “morire”). Ed è a questo punto che accade nella vita di Giuseppe quell’avvenimento fondamentale che determinerà tutta la sua esistenza: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Giuseppe credette a questa parola. Non è riportata nessuna parola di risposta, ma semplicemente: «fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa». Ciò che egli fece è determinato dalla sua obbedienza di fede. Come già aveva fatto Maria al momento dell’annunciazione, così fece Giuseppe: si sono aperti all’ingresso di Dio dentro alla loro e – quindi – alla nostra storia.

3. Fra pochi giorni celebreremo la memoria di quell’avvenimento che fu prefigurato profeticamente ad Acaz, e rivelato come già accaduto nel grembo di Maria, a Giuseppe: il Verbo si fece carne. Sentiremo parlare di tanti buoni sentimenti in questi giorni; saremo esortati a vivere tanti valori. Tutto bene. Ma il vero, fondamentale punto non è questo. Il vero nòcciolo della questione è credere se le parole dette dall’angelo a Giuseppe sono vere o false; credere se è vero o falso che il Verbo si è fatto carne. Domandarci se a questo dobbiamo credere o no; se ha ragione Acaz o Giuseppe. In questa scelta, in un senso o nell’altro, si compie il nostro destino.

Il Dio che viene, ci aiuti a scegliere bene. In una parola: ad avere la fede di Giuseppe.