Quella strada, come tante altre in città, era larga pochi metri, ma segnava un confine tra due mondi molto diversi: da una parte palazzine signorili che ostentavano un gran benessere, dall’altra casupole fatiscenti che non ostentavano nulla. Quei due mondi non s’incontravano mai.
L’unico punto in comune era la montagna di rifiuti, naturalmente dalla parte delle casupole, la cui immondizia e gli scarti confluivano soprattutto dalle palazzine signorili. Si poteva trovare di tutto, oltre agli scarti di cibo: giocattoli rottamati, vestiti smessi, elettrodomestici soppiantati dall’ultimo modello, poltrone e sedie che non piacevano più… Era come un gran magazzino all’aperto. Solo una dignità antica impediva a chi poteva permettersi poco più di niente di andare a raccattare quelle cose “preziose” tra le immondizie.
Quella mattina, come sempre, sei occhi spalancati guardavano quella montagna di oggetti e si lasciavano prendere dai sogni, giocando con la fantasia. Perdipiù, era la Vigilia di Natale e, come ogni anno in quel periodo, i tre bambini sognavano i regali che non avrebbero avuto.
Quel giorno, in cima ai rifiuti, c’era la capanna di un presepio; non era vecchia, era semplicemente già usata. Uno disse: «L’anno scorso tronava nel loro presepe e la hanno già buttata!». Un altro aggiunse: «Si vede che ne hanno un’altra, più bella. andiamo a vedere!». I tre ragazzini attraversarono la strada ed entrarono nell’altro mondo, con una certa apprensione, quasi avessero paura di calpestare un terreno proibito. In un angolo della piazza ammirarono il presepe, grande e bello, composto da una ventina di statue alte quasi un metro, attorno a una capanna di una ricercata, finta povertà.
«Che belle statue!», esclamò la bambina. Un compagno precisò: «Ogni famiglia ne porta una, abbigliata ogni anno in modo diverso; fanno a gara a chi presenta la più bella». «E pensare – aggiunse lei – che tutti passano davanti al presepe, di corsa, e non lo guardano nemmeno!». Uno di loro suggerì: «Perché non lo facciamo anche noi il presepe?». Pensarono tutti alla capanna sul cumulo dei rifiuti.
Quella sera, un insolito andirivieni animò il quartiere delle casupole, come un formicaio. Al centro dello spiazzo era stata sistemata la capanna della montagna di rifiuti scartata dai ricchi e tutti andavano e venivano portando oggetti e personaggi: pupazzi di pezza, bambole annerite con capelli unti, bottiglie e tappi di sughero dipinti, indiani e cowboy, soldatini con le armi sostituite da piccoli doni. C’era la statua di Pelè con la maglia della nazionale brasiliana, la Madonna era una bambola cui avevano messo un vestito di carta azzurra; san Giuseppe una vecchia foto del papà della bambina; da un portariviste era stata ricavata una culla, da un ombrello una palma. Però, in quello strano, strampalato e sproporzionato presepio, che si arricchiva via via di cose e personaggi insoliti, mancava Gesù Bambino… I bambini tornarono alla montagna di rifiuti, ma l’esito fu infruttuoso nonostante l’incessante ricerca. Rientrarono a casa tristi e sconsolati.
Quella notte la bambina sognò una montagna di rifiuti enorme e lei che scavava in quell’oscuro, freddo, amaro cumulo di spazzatura. A un certo punto alzò lo sguardo e vide un girasole illuminato come una stella, un piccolo sole in mezzo ai rifiuti.
All’alba si precipitò in giardino, colse un girasole e lo depose nella culla del presepe.
Quando gli abitanti del quartiere si svegliarono e videro il fiore che brillava ai primi raggi del sole, si misero a cantare e a ballare, davanti a quel simbolo che richiamava la Luce, venuta nel mondo per illuminare la storia degli uomini semplici e renderli felici, proprio come loro.
____________________
La parabola – raccolta in Sudamerica – insegna che è Natale ogni volta che gli uomini accolgono la Luce della Verità, della Giustizia e della Pace. È davvero Natale quando, accostandosi a quella Luce, gli uomini si sentono più felici e più vicini tra loro.
Carlo Alberto Salustri, noto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del suo cognome, è il più grande esponente della poesia romanesca a cavallo fra ‘800 e ‘900. Tra i suoi componimenti più famosi risalta “Er presepio” in cui, partendo dal simbolo per eccellenza della tradizione natalizia, propone un sentito insegnamento cristiano, sulla scia della parabola del presepe dei ricchi e dei poveri.
«Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…Pe’ st’amore so’ nato e ce so’ morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore».
