A cura di don Ezio Del Favero

220 – L’angelo del sorriso

Solo il bambino sapeva, perché aveva visto in sogno che l’angelo...

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

In un paese di montagna, un bambino aveva ricevuto in dono un uccellino dalle piume colorate che cantava in modo meraviglioso. Per evitare che volasse via, i suoi lo avevano rinchiuso in una gabbia dorata appesa a una finestra. Il bambino era malato, non poteva camminare e passava molte ore davanti a quella finestra ad ascoltare il canto dell’uccellino e a guardare il paesaggio, specialmente le incantevoli montagne che lo circondavano. Vedeva la piazza della città, circondata da palazzi nobili e severi, al centro della quale si ergeva la statua di un condottiero a cavallo di fronte alla cattedrale. La cattedrale era grande e antica, costruita in pietra rosa, che al tramonto si accendeva come fuoco. Aveva sulla facciata una finestra circolare, un rosone bianco e prezioso.

Sopra il rosone, sotto la croce in cima al tetto, su una mensola di pietra c’era l’angelo. Era un angelo curioso e malandato, di pietra grigia e sporca, senza ali e con un dito mozzo. A dire il vero non sembrava un angelo e molti, in effetti, si chiedevano che cosa fosse. Ma sorrideva in un modo tale che non poteva che essere un angelo. Gli angeli, infatti, non si riconoscono dalle ali né dalla veste e nemmeno dalla luce, specie quando le luci sono tante. Gli angeli si riconoscono dal sorriso, simile al sorriso dei bambini quando dormono. Gli angeli sorridono sempre, anche quelli di pietra, ma è raro che qualcuno se ne accorga. Solo il bambino, che stava tante ore alla finestra, aveva visto il sorriso dell’angelo senz’ali e senza dito, ma non sapeva che fosse un angelo, perché degli angeli non aveva sentito mai parlare.

Un mattino d’inverno, la gabbia che rinchiudeva l’uccellino rimase aperta e questi volò via. Attraversò la piazza, si diresse verso la cattedrale, girò intorno al rosone e si fermò sull’angelo. Il bambino gridò, cercò di afferrarlo, ma inutilmente. Vedeva le sue piume colorate diventare sempre più scure per la lontananza e si disperò.

Venne la sera e il bambino non voleva lasciare la finestra. Al tramonto la cattedrale si accese di rosso, il marmo bianco del rosone scintillò e l’uccellino sulla statua diventò un piccolo punto oscuro senza forma. Poi calò la notte e tutto si confuse. La cattedrale riposava nell’ombra, ma il bambino restava alla finestra.

Vegliò tutta la notte e nessuno riuscì a convincerlo ad andare a dormire. Finché all’alba, vinto dalla stanchezza, si addormentò. Si risvegliò che era giorno fatto, la piazza piena di luce, la statua del condottiero come sempre immobile e, nella gabbietta dorata, l’uccellino era al suo posto come sempre. Ma sulla mensola della cattedrale l’angelo di pietra non c’era più. Nessuno seppe dire dove tosse finita quella statua grigia e monca e, per quanto la cercarono, nessuno la trovò.

Solo il bambino sapeva, perché aveva visto in sogno che l’angelo avrebbe rinunciato a essere angelo, per diventare l’uccellino colorato che ora, nella gabbia, aveva ripreso a cantare.

Quando il bambino guarì, aprì la gabbia e diede la libertà all’uccellino; poi corse a giocare con gli amici. Ed ecco che la statua dell’angelo riapparve sulla mensola della cattedrale, col suo dito mozzo e il misterioso sorriso, a vegliare sui bambini che si rincorrevano sulla piazza e su quelli prigionieri della malattia o della povertà.


Le creature che ci circondano spesso sono come angeli, che portano un po’ di cielo nelle nostre giornate…

La narrazione del Natale è intrisa di simboli di rinascita e salvezza. La nascita del Bambino Santo, celebrata in una mangiatoia, rappresenta un momento di speranza per l’umanità. Purtroppo, in alcuni contesti, questa immagine è sovvertita dalla violenza e dalla tragedia. Tuttavia, la speranza non deve essere abbandonata.

È nei momenti di crisi che la comunità e la solidarietà, anzitutto dei discepoli del Bambin Gesù, devono emergere come forze di cambiamento.

La vera essenza del Natale risiede nella capacità di mantenere viva la speranza e la compassione per tutti, specialmente per i più vulnerabili.

 

“L’albero dei poveri” (Gianni Rodari)

Filastrocca di Natale,
la neve è bianca come il sale,
la neve è fredda, la notte è nera
ma per i bambini è primavera:
soltanto per loro, ai piedi del letto
è fiorito un alberetto.
Che strani fiori, che frutti buoni
Oggi sull’albero dei doni:
bambole d’oro, treni di latta,
orsi del pelo come d’ovatta,
e in cima, proprio sul ramo più alto,
un cavalo che spicca il salto.
Quasi lo tocco… Ma no, ho sognato,
ed ecco, adesso, mi sono destato:
nella mia casa, accanto al mio letto
non è fiorito l’alberetto.
Ci sono soltanto i fiori del gelo
Sui vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero dei poveri sui vetri è fiorito:
io lo cancello con un dito.