A cura di don Ezio Del Favero

221 – Natale 1944

Uno dei tanti “miracoli” di Natale accaduti tra le montagne abruzzesi

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L’incenso dal profumo sottile, balsamico, caldo, legnoso, invadente, fumo fragrante, nuvola aromatica… proveniva dai rilievi montagnosi che declinano lungo le coste del Mar Rosso. Aveva il potere di addolcire le amarezze, come vuole il rito, trasformare il dolore e le pene nella sostenibilità dell’essere. L’incenso, quello prescritto a Mosè per i profumi, era utilizzato anche dagli antichi Greci e dagli Egizi, nei loro templi, che trasudavano di questo odore dolce offerto in vari modi è una liturgia senza tempo.

La mirra, con il compito di coprire l’odore della morte, profumo resinoso e balsamico per attenuare la passione, dalle più diverse qualità, acre, caldo… assicurava l’incorruttibilità dei corpi, qualcosa d’infinito, come l’anima; gocciolava in primavera dai buchi delle cortecce per le mummificazioni e per le imbalsamazioni. Resine del paradiso quindi, balsami pregiati, aromatici, trascendenti il dolore, la morte, celebravano il trionfo del non essere.

Infine l’oro, il primo metallo conosciuto dall’uomo fin dai tempi preistorici… simboleggiava la regalità.

Incenso, mirra e oro portavano con loro i Magi, sacerdoti di una casta religiosa e antica, ma secondo le fonti tardo greche anche astrologi e indovini. Giunti nella pianura abruzzese – racconta la leggenda ambientata in un cielo pieno di astri, dall’aria gelida, e dal terreno coperto di neve come mai non si ricordava – i Magi si muovevano a fatica, simboli della divenuta immortalità con le loro resine, ma soprattutto di quella solidarietà che non stabilisce mai i confini. I Magi passarono anche nelle campagne di Corfinio, portandosi dietro una grande umanità, costituita da contadini, pastori, falegnami, fabbri, boscaioli, maniscalchi e tanti altri ancora in quel tremendo inverno del 1944.

Le persone semplici che seguivano i Magi erano spinte da un’antica legge di fratellanza, aiuto, compassione verso quei “poveri cristi”, dentro quelle piccole capanne di quel grande presepe che era diventata la Valle Peligna, in quel particolare Natale del 1944. In molte di quelle capanne delle campagne di Corfinio, nascosti, ci sopravvivevano gli inglesi, fuggitivi, impauriti, gelati, disperati.

Alcune delle persone semplici e generose preparavano dei cesti con dentro pane, formaggio, una minestra, un po’ di vino e verdura e li portavano di nascosto ai fuggitivi, senza farsi vedere, in campagna, nelle capanne usate d’estate dai contadini per rimettere gli attrezzi agricoli, che erano di legno, con una lamiera sopra. Si parlavano a gesti. Un giovane piangeva per quella fratellanza dimostrata. Intorno e dentro i borghi del presepe della Valle Peligna, imperversavano gli occupanti, i cannoneggiamenti continui, la miseria, il terrore e ben poche certezze. I contadini portavano gli stivali per irrigare e li usavano per farsi strada nella neve. Agli inglesi davano coperte, cappotti vecchi, paglia, qualcuno preparava un sacco e dentro ci metteva le foglie di granturco per farne un pagliericcio. Centinaia e centinaia di uomini furono aiutati, e non solo a Corfinio. Con tanti sacrifici molti fuggitivi si salvarono…

Di tanti inglesi – raccontano ancora i vecchi del posto – non si è saputo più niente, molti non ce l’hanno fatta, ma qualcuno è tornato per rivedere quelle capanne, quei luoghi, per ritrovare quelle persone e continuare a raccontare questa storia che assomiglia a una fiaba di Natale, difficile da dimenticare…


La parabola – tra storia vera e leggenda – racconta uno dei tanti “miracoli” di Natale accaduti tra le montagne abruzzesi. Nella lirica “Dicembre”, la scrittrice abruzzese Maria Assunta Oddi narra l’ultimo mese dell’anno esprimendo un’accorata ricerca della luce. In una natura serrata nel freddo invernale, simbolo del dolore del tempo presente, recuperare la gioia del Natale apre i cuori alla speranza.

Dicembre

Un ponte di legno tra due rive
sul ruscello del bosco esala
sentore acre di terra bruciata.
Intorno tace la natura che quieta dorme
letargo dal quadrante del tempo.
Sul pruno del rovo e le spoglie piante
biancheggia l’aria vuota di voli.
Il vento ha l’odore amaro del silenzio
che monotono e solitario s’arrende
alle forze ignote opprimendo d’angoscia
ogni petto sradicato dagli affetti.
All’apparire di un raggio di sole
tutto è rapito nell’abbraccio del sogno
scavato nella notte più buia sul grembo
di fanciulla fiorito di carne per il suo Dio.
Allora la notte d’inverno che fu piena di gelo
si scalda al brulichio di stelle in cammino
verso altri cieli a cercare inediti orizzonti.
Soffiano gli angeli in festa
sull’oboe, al flauto e al corno
armonie dalle dolcissime note.
Nei fossi sulle morte foglie l’alba rinata
è diadema di rubini e sull’aureola splendente
candida ghirlanda di narcisi si fa luce.
Un bimbo divino che tra materne braccia
è prodigio di novella primavera
ammanta i prati di germogli a donare speranza.
Tanta è la pace che ogni cuore libero dalle pene
come soave leggerezza di brezza si fa amore
nell’amore infinito del Natale.