A cura di don Ezio Del Favero

223 – I due ghiacci e il ghiacciolo generoso

Chi si dona, versando le proprie gocce di sudore o di sangue per amore, non si sacrifica invano

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Due blocchi di ghiaccio si erano formati durante il lungo inverno, all’interno di una grotta. Si fronteggiavano con ostentata reciproca indifferenza.

I loro rapporti erano di una certa freddezza.

«Buongiorno!», «Buonasera!»… niente di più.

Ognuno pensava dell’altro: «Potrebbe anche venirmi incontro!».

E così ogni ghiacciolo si chiudeva ancora più in se stesso.

Un tasso, che viveva nella grotta, un giorno disse: «Peccato che ve ne dobbiate stare qui. È una magnifica giornata di sole!».

I due ghiaccioli scricchiolarono penosamente. Fin da piccoli avevano appreso che il sole era il gran pericolo. Sorprendentemente, uno dei due blocchi chiese: «Com’è il sole?». «È meraviglioso… È la vita!», rispose il tasso.

«Puoi aprirci un varco all’entrata della tana? Vorrei vedere il sole», disse l’altro.

Il tasso non se lo fece ripetere. Aprì uno squarcio nell’intrico delle radici e la luce calda e dolce del sole entrò come un fiotto dorato.

Dopo qualche giorno, mentre il sole intiepidiva l’aria, uno dei ghiaccioli si accorse che fondeva un po’ e si liquefaceva, diventando un limpido rivolo d’acqua. Si sentiva diverso, non era più lo stesso di prima.

Anche l’altro fece la stessa meravigliosa scoperta.

Giorno dopo giorno, dai blocchi di ghiaccio sgorgarono due rivoli d’acqua che scorrevano all’imboccatura della grotta e, dopo poco, si fondevano insieme formando un laghetto cristallino, che rifletteva il colore del cielo.

I due blocchi sentivano ancora la freddezza, ma anche la fragilità, la solitudine, la preoccupazione e l’insicurezza comuni. Scoprirono di essere fatti allo stesso modo e di aver bisogno in realtà l’uno dell’altro.

Arrivarono due cardellini e un’allodola e si dissetarono. Gli insetti vennero a ronzare intorno al laghetto, uno scoiattolo dalla lunga coda morbida fece il bagno…

Morale – Fu  così che due blocchi di ghiaccio scoprirono di avere un cuore unico e sperimentarono la gioia del dono…

 

Un ghiacciolo era ostinatamente aggrappato all’orlo di una fenditura di una roccia sporgente, sopra la tana di una lepre di montagna. La lepre viveva semplicemente, nutrendosi di erbaggi. Aveva due vestiti: un giubbetto color grigio-bruno, che i fiori d’estate conoscevano bene, e una candida pelliccia per l’inverno in mezzo ai ghiacci. Solo le rocce e gli alberi, che vedevano la lepre in tutte le stagioni, sapevano che i suoi vestiti erano due, e avevano di lei grande stima perché la ritenevano una bestiolina facoltosa e tuttavia sempre umile, riservata e gentile.

«Non ti decidi ad andartene?», chiese un giorno l’abete al ghiacciolo.

«Andarmene, io?… Io non me ne vado: rimango. Durante l’inverno non ho fatto altro che sentir decantare la primavera con i suoi colori, l’estate con la sua luce e il vento che sembra una carezza, la gioia dei fiori e dell’erba, e il tutto lucido e pulito… Ho deciso perciò di restare fino alla primavera, magari fino all’estate!».

«Resta pure, se ci riesci!».

Quando l’aria cominciò a intiepidire, il ghiacciolo volle mettersi al riparo dal sole. Si staccò dalla fenditura e si lasciò cadere in un’incavatura della roccia nella quale il sole non batteva…

Ma cadde addosso a qualcosa. Era una cartuccia da caccia: «Durante una battuta, il mio padrone mi ha smarrita, povero sciocco! Andava a caccia della lepre, e io ero l’ultima cartuccia che gli restava… La lepre può ringraziare il cielo!».

La lepre vagava nei dintorni in cerca di nutrimento.

Un mattino, svegliandosi, il ghiacciolo non vide più la cartuccia. Orme d’uomo recenti erano impresse nel suolo ai piedi del roccione. Il cacciatore era passato di là? La cartuccia aveva ritrovato il fucile?

«Lepre! Lepre!», si mise a gridare il ghiacciolo. «Non uscire! C’è gente che ti minaccia qua intorno!». Nessuno rispose.

Verso sera, trascinandosi a stento, la lepre fece ritorno alla tana, malconcia, sanguinante, febbricitante.

«Oh poveretta!», esclamò commosso il ghiacciolo che, in fondo, non aveva un cuore di ghiaccio… Si rotolò fin sul margine dell’incavatura, sulla roccia ancor calda dal sole, e cominciò rapidamente a sciogliersi. Cadde in gocce fitte e refrigeranti sulle ferite della lepre, in gocce ristoratrici sulle labbra riarse.

«Chi piange lassù?», balbettò la lepre stupita, riprendendosi poco a poco.

Ma il ghiacciolo non poté più rispondere. Si era ormai sciolto del tutto, senza neppure pensare che le stelle alpine e i rododendri non erano ancora fioriti, che il cielo non era ancora terso e azzurro…

Morale – Chi si dona, come il ghiacciolo, versando le proprie gocce di sudore o di sangue per amore, non si sacrifica invano…