Come da tradizione ormai, la piazza di Canale d’Agordo si è gremita nel pomeriggio di mercoledì 26 agosto per la solenne celebrazione nella memoria liturgica del beato Giovanni Paolo I. Numerose persone presenti, una quarantina i concelebranti, quattro i vescovi sull’altare: presiedeva monsignor Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto; al suo fianco monsignor Renato Marangoni, vescovo di Belluno-Feltre; e poi il vescovo emerito Giuseppe Andrich e il vescovo emerito di Frascati, monsignor Raffaello Martinelli. In prima fila, tra le autorità, il Prefetto, il Questore, il sindaco Massimo Murer e altri rappresentanti delle Istituzioni.
Nell’omelia monsignor Riccardo Battocchio ha detto:
C’è un dono che ci fa Chiesa, che ci tiene uniti come popolo di Dio: è il dono della comunione. Comunione, ossia partecipazione alla vita stessa di Dio che è comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Comunione, ossia condivisione della fede, della speranza, della carità con quanti si riconoscono fratelli e sorelli in Cristo Gesù, come membra del suo corpo che è la Chiesa. Comunione, ossia desiderio di condividere il dono con tutti e con tutte, con ogni persona umana ma anche, in modi diversi, con ogni creatura. Comunione da vivere ed esprimere con lo stile che da un po’ di tempo siamo abituati a chiamare “sinodale”: una comunione che si fa missione tramite la partecipazione di tutti e di tutte.
Oggi abbiamo ci è offerta la possibilità di riconoscere la bellezza del dono della comunione guardando al testimone luminoso di comunione che è – non solo “è stato” – il Beato Giovanni Paolo I. Comunione con Dio Padre, nel segno dell’umiltà evangelica, uno dei frutti dello Spirito Santo. Comunione con Gesù, il Maestro e la Guida. Comunione nella Chiesa e tra le Chiese.
Albino Luciani ha vissuto e servito la comunione tra le Chiese, in modo molto concreto, vivendo il suo ministero di presbitero, prima, e di vescovo, poi, nelle diocesi di Belluno-Feltre, Vittorio Veneto, Roma. La presenza qui dei vescovi di Belluno-Feltre e di Vittorio Veneto dice l’attualità di questa comunione di Chiese, nel contesto delle diocesi triveneto, italiane, del mondo intero.
Albino Luciani è stato vescovo di Vittorio Veneto per 11 anni, dal 1959 al 1970 e il suo ricordo in diocesi è vivo. Girando per le parrocchie ogni tanto qualcuno mi saluta dicendo: «Io sono stato cresimato, sono stata cresimata da Albino Luciani». Ci sono presbiteri diocesani che custodiscono nella memoria episodi, gesti e parole del vescovo che, in alcuni casi, li ha ordinati.
L’essere diventato papa, con il nome di Giovanni Paolo I, e l’essere proposto alla venerazione del popolo di Dio come “beato”, hanno senz’altro favorito il consolidarsi del ricordo di quello che egli fu e fece come vescovo nella prima delle tre diocesi che gli furono affidate. Ho tuttavia l’impressione – difficile ovviamente da dimostrare, ma non credo infondata – che se anche non fosse diventato papa e beato, a Vittorio Veneto si sarebbe continuato a parlare bene di lui, in particolare come del vescovo che ha saputo accompagnare con efficacia la diocesi nei primi passi del cammino aperto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Va detto che gli undici anni a Vittorio Veneto sono stati tutt’altro che facili per Albino Luciani (non sono stati facili nemmeno gli anni a Venezia e, possiamo immaginare, non è stato facile il mese a Roma come papa. Del resto, quale vescovo può credere di essere destinato a svolgere il suo servizio pastorale in situazioni “facili”?).
I biografi di Luciani, riferendosi al tempo di Vittorio Veneto, non trascurano di ricordare come egli fosse ritenuto «un vescovo determinato e deciso … solitamente irremovibile nelle decisioni, incapace di cambiare un giudizio o di retrocedere da una scelta», osservando però che la maggioranza delle testimonianze rese sul suo ministero vittoriese lo tratteggiano come «un santo prete e un santo vescovo di squisita sensibilità interiore».
A Vittorio Veneto c’è una bella statua di Luciani che accoglie quanti si avvicinano alla Cattedrale, invitando quasi a entrare e a provare il “gusto spirituale” di essere popolo di Dio raccolto in preghiera. Ci sono altre sue immagini e, fra poco, ci sarà in Cattedrale anche un luogo dedicato proprio al Beato Giovanni Paolo I, dove sarà collocata una sua reliquia.
Vorrei però concludere richiamando un’immagine di Luciani che mi guarda ogni volta che entro in casa, in Vescovado: è il ritratto dipinto dal pittore vittoriese Elio Casagrande, morto nel 2004.
Fin dall’inizio, da quando sono arrivato in diocesi, in questo ritratto del vescovo Luciani mi hanno colpito l’espressione del volto e l’intreccio delle mani. Il valente artista ha colto nel vescovo un tratto di sofferenza, quasi di angoscia, che contrasta con il sorriso con il quale, diventato Giovanni Paolo I, apparve al balcone della Basilica di San Pietro, il 26 agosto 1978, e che alcune sue fotografie e filmati tramandano fino a noi. Lo sguardo e le mani del mio predecessore, in quel ritratto, lasciano intuire come dietro quel sorriso – un vero sorriso, non una maschera – ci fosse tutta la consapevolezza della responsabilità del pastore.
Mi sa che solo la grazia di Dio, alla quale ci affidiamo tutti e alla quale si affida anche l’attuale successore di Luciani a Vittorio Veneto, può far sì che al peso della responsabilità faccia compagnia il sorriso.
Dopo la celebrazione, il Sindaco di Canale d’Agordo ha salutato tutti i convenuti, ricordando l’attualità del messaggio del suo più illustre concittadino, salito agli onori dell’altare:
In questo momento storico, in cui il mondo torna drammaticamente a bruciare tra guerre spietate, bombe e tragedie che mietono vittime innocenti a poche ore di volo da noi, l’insegnamento di Albino Luciani risuona come un monito profetico. Egli non si stancò mai di ripetere che «gli armamenti fabbricano la guerra, non la pace» e che «il pericolo non è la forza del male, ma la debolezza del bene». Risuonano oggi con straziante attualità le parole del suo ultimo Angelus, il 24 settembre 1978. Riporto solo una piccola frase di un discorso molto più incisivo e ampio, in cui Papa Luciani diceva: «L’amore sarà sempre vittorioso, l’amore può tutto. Ecco la parola giusta: non la violenza può tutto, ma l’amore può tutto…» Concludo con un mio personale pensiero. Di fronte a un mondo che ricade nella follia delle armi e della sopraffazione, la risposta non può arrivare solo dai vertici internazionali o da diplomazie che troppo spesso si dimostrano impotenti di fronte ai mercanti di guerra.

I biografi di Luciani, riferendosi al tempo di Vittorio Veneto, non trascurano di ricordare come egli fosse ritenuto «un vescovo determinato e deciso … solitamente irremovibile nelle decisioni, incapace di cambiare un giudizio o di retrocedere da una scelta», osservando però che la maggioranza delle testimonianze rese sul suo ministero vittoriese lo tratteggiano come «un santo prete e un santo vescovo di squisita sensibilità interiore».