Gesù lo si segue insieme

Omelia nel Mercoledì delle Ceneri - Cattedrale di Belluno
22-02-2023

Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6. 16-18

Per questa celebrazione dell’Eucaristia, la Liturgia prevede un’antifona d’ingresso tratta dal libro della Sapienza: «Tu ami tutte le creature, o Signore, e nulla disprezzi di ciò che hai creato; tu chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento, e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio»

Si tratta di un Dio che sa aspettare nell’amore. È proprio di chi ama attendere all’inverosimile la persona amata. Il motivo di tale inesauribile e trepidante attesa è: «perché tu sei il Signore nostro Dio». Ci risuonano ancora le parole di Paolo ai Corinti proclamate domenica scorsa: «[…] il mondo la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,23).

C’è in noi – ma anche in tutte le creature – un’appartenenza d’amore che pone Dio in un’attesa senza paragoni per l’universo, per questa terra, per tutta quanta la nostra umanità. Se, da una parte il nostro pregare di stasera è anche cenere e polvere per come a volte ci percepiamo con i nostri limiti, dall’altra parte – a motivo di questa appartenenza a Dio – il nostro esserci stasera dovrebbe essere ebbrezza d’amore.

L’invito di Gesù, da poco ascoltato – «profùmati la testa e làvati il volto» – scuote i nostri pensieri tristi, quelli che ci addormentano come è successo ai discepoli sul monte degli ulivi, poco prima che iniziasse la vicenda drammatica della passione di Gesù. L’evangelista Luca racconta: «[Gesù], rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”». Di quella stessa tristezza poco dopo furono affetti anche i due discepoli di Emmaus mentre camminavano assieme al Risorto. Racconta Luca di loro: «Si fermarono, col volto triste».

La conversione a cui siamo chiamati è una preghiera che si ricostituisce nell’amore, che abbandona la tristezza di uno sguardo ripiegato su sé stesso: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo». È una preghiera che non giudica e non condanna, che diventa un affetto aperto e disponibile, capace di uno sguardo che comprende e guarisce ogni frammento di paura. Ma siamo ancora capaci di pregare “nella gioia del Vangelo”? Oggi le nuove generazioni faticano a scorgere la gioia della nostra preghiera e ne sentono, invece, la pesantezza e la noia che può ingenerare. «Profùmati la testa e làvati il volto»: l’invito di Gesù ci riguarda, ci tocca da vicino.

E, poi, la conversione a cui siamo chiamati, è una riconciliazione che trasforma in profondità i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri sogni e desideri, i nostri intenti. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi usa due espressioni da brivido: «Noi, in nome di Cristo siamo ambasciatori…»; e poi dice: «Siamo suoi collaboratori». Questa chiamata che sgorga dalla nostra relazione con Dio spesso si scontra con una persistente “sclerocardia”, una durezza del cuore che frantuma le nostre comunità, i nostri gruppi, le nostre relazioni, addirittura la Chiesa stessa. Troppe parole maldicenti oggi feriscono il tessuto d’amore dell’amata sposa di Cristo… Di quanta guarigione abbiamo ancora bisogno per corrispondere alla chiamata a diventare “ambasciatori in nome di Cristo” e “suoi collaboratori”!

Ritornare a Dio con tutto il cuore e ricentrare la nostra vita sul Vangelo comporta che, in forma rinnovata e aggiornata, ci facciamo discepoli e discepole dell’unico Maestro. Lui stesso stasera ci ha ricordato che il Padre suo, Padre nostro, Padre di ciascuno/ciascuna di noi «vede nel segreto» e coglie in profondità ciò che c’è in noi.

Insieme siamo qui per aiutarci ad avvicinarci a questa verità di ognuno di noi, nella verità di quel Padre. Le parole di papa Francesco – a cui va tutto il nostro affetto e la nostra obbedienza ecclesiale – e che ho ripreso nella mia lettera per questo tempo di Quaresima, mi sembra che traccino un percorso di conversione del cuore, di rinnovamento interiore e di comunione ecclesiale per noi e le nostre comunità: «Gesù lo si segue insieme. E insieme, come Chiesa pellegrina nel tempo, si vive l’anno liturgico e, in esso, la Quaresima, camminando con coloro che il Signore ci ha posto accanto come compagni di viaggio. Analogamente all’ascesa di Gesù e dei discepoli al Monte Tabor, possiamo dire che il nostro cammino quaresimale è “sinodale”, perché lo compiamo insieme sulla stessa via, discepoli dell’unico Maestro. Sappiamo, anzi, che Lui stesso è “la Via”, e dunque […] la Chiesa altro non fa che entrare sempre più profondamente e pienamente nel mistero di Cristo Salvatore».