Sperimentiamo nelle nostre ferite l’affidabilità di Dio

Omelia durante il Pellegrinaggio alla Basilica di Sant’Antonio Padova
03-06-2024

Is 61,1-3; Sal 19(18); Mt 9,35-10,1

Siamo giunti numerosi in questi luoghi “santi” che raccolgono la memoria di Antonio. Non possiamo nemmeno immaginare tutto quello che è stato qui vissuto. Da tutto il mondo giungono pellegrini, in ogni stagione dell’anno e a partire dai giorni di Antonio: da quando egli giunse in Italia dalla sua Lisbona (Portogallo) raggiungendo Assisi nel 1221 dove conobbe personalmente Francesco, poi sostando a Forlì, fino a che Francesco non lo inviò in Francia come annunciatore del Vangelo. Di nuovo Antonio venne in Italia prima a Bologna, poi a Padova dove morì nel 1231. A un anno dalla morte, papa Gregorio IX lo ha canonizzato.

Siamo sorpresi dalle storie di vita e di fede che questi luoghi hanno raccolto in tutta questa secolare vicenda. Noi oggi, venendo dalle nostre montagne dolomitiche, ci lasciamo stupire da tutto quello che nessuno ha mai potuto programmare e organizzare. Siamo qui con il canto di Maria, al vespero di questo giorno: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata».

In questo luogo e nella circostanza del nostro pellegrinaggio noi, in sincerità di pensiero e in semplicità di cuore, intendiamo collocarci dinanzi allo sguardo di Gesù, così come ci è raccontato nel Vangelo di Matteo appena proclamato: «Vedendo le folle, [Gesù] ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». L’evangelista ci testimonia la compassione di Gesù: infatti non ci ha mai abbandonato la fedeltà di Dio, quella che ieri nel racconto dell’Ultima Cena Gesù ha manifestato così: «Prendete, questo è il mio corpo. […] Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per i molti». Qui noi oggi, sostenuti dalla santità di Antonio, confidiamo in questa Alleanza di Dio con tutta l’umanità, per cui Gesù ha donato il suo corpo e il suo sangue, la sua vita. L’evangelista ci avverte anche che le folle erano stanche e sfinite. Sì, ci stancano e ci sfiniscono le malattie dell’odio, della violenza, della guerra, delle gelosie che si ripercuotono anche nei nostri rapporti; e, poi, ci stancano e ci sfiniscono le infermità d’amore, le paralisi di fiducia e di speranza che respiriamo in certi ambienti di vita e che anche noi stessi possiamo incentivare. In questi giorni l’imperversare delle guerre – che per l’ennesima volta ieri papa Francesco, a cui va tutto il nostro affetto e la nostra preghiera, ha ricordato al mondo intero – inoltre l’ennesimo atto di violenza verso le donne che sono “immagine e somiglianza di Dio”, ultimamente su queste nostre terre, accanto alla continua logica di sopraffazione del più forte e del più potente su chi è in difficoltà e vive nel disagio della povertà e della solitudine. Tutto questo ci sfianca e oscura l’orizzonte di fiducia, di pace, di speranza che tutti custodiamo come vocazione originaria, come aspirazione dell’animo, come missione e servizio d’amore.

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!»: questa parola di Gesù giunge nel profondo del nostro cuore. Essa vuole essere una grande guarigione. Ci racconta la “compassione” di Dio che riconosciamo in Gesù nel suo corpo dato e nel suo sangue versato.

Di fronte a tutto quello che ci turba, noi oggi siamo qui, certamente con le nostre ferite, ma raccolti da Lui che ancora una volta ci annuncia che Dio è affidabile. Le parole del profeta Isaia Gesù le ha riconosciute realizzate su di sé e sul suo rapporto con i discepoli e le discepole di ieri e di oggi: «Lo Spirito del Signore è su di me […] mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà […], a promulgare l’anno di grazia del Signore […], a consolare tutti gli afflitti […]».

Sant’Antonio ha ritenuto Dio affidabile e ha accolto e vissuto questa unzione di guarigione e d’amore di Gesù; l’ha annunciata e condivisa.

Allora le parole con cui l’evangelista Matteo ha concluso il racconto proclamato poco fa, narrano anche di noi. Il Signore Gesù le sta realizzando in noi: «Chiamati a sé i suoi […] discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità».

Tutti noi, per chiamata e per grazia del Signore, possiamo diventare dei “guaritori”, delle “guaritrici”, pur nelle nostre ferite, anzi avendo noi stessi sperimentato l’affidabilità di Dio proprio nelle nostre ferite.