A cura di don Ezio Del Favero

108 – Il fiore vestito come le montagne

Coraggioso e intelligente, era cresciuto in saggezza, seguendo attentamente gli insegnamenti paterni

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Il figlio del capo tribù era stimato da tutti. Coraggioso e intelligente, era cresciuto in saggezza seguendo attentamente gli insegnamenti paterni.

Quando il ragazzo compì 12 anni, il padre lo chiamò: «Adesso devi diventare un uomo. Un giorno, se gli Spiriti lo vorranno, tu sarai capo. Per questo, devi mostrarti all’altezza nei confronti del tuo popolo. Devi andare sulle montagne. Tornerai tra 5 notti. Allora, forse, sarai diventato un uomo libero, in grado di guidare il nostro popolo».

Quella sera stessa il ragazzo lasciò la tribù e si diresse verso le montagne. Si stabilì sulla cima più alta. Solo, sotto le stelle, si sentiva libero, pronto ad affrontare tutti gli ostacoli.

Al mattino si alzò in una bella giornata di primavera. La neve si stava lentamente sciogliendo sotto il sole. Si sedette e meditò sul futuro. Doveva aspettare che uno Spirito benevolo gli mostrasse, in sogno, il percorso che lo avrebbe portato dall’infanzia all’età adulta. Ma il giorno passava e il ragazzo non vedeva ancora nulla: nessuna visione, nessun’anima vivente vennero a turbare il silenzio che lo circondava. Quasi subito, la solitudine e la paura s’impadronirono di lui. Quando venne sera, si sdraiò nella speranza di avere una visione. Ma non accadde nulla.

Il giorno dopo passò come il precedente. La tiepida giornata diffuse i colori dall’alba al tramonto per poi fondersi nel buio della notte. Il giovane non si mosse. Non gli restavano che tre notti prima di tornare a casa per confessare al padre che il Grande Spirito non gli aveva permesso di sognare e quindi non era diventato uomo. Insomma, più il tempo passava, più egli sentiva il peso del fallimento.

Il mattino seguente, mentre osservava i colori del sole nascente, il ragazzo scorse un piccolo fiore bianco come la neve, che gli riposava accanto. Il fiorellino spalancò i petali per lasciar entrare il sole. Oscillò lentamente nella sua direzione finché la mente turbata del giovane non si calmò alla vista delle montagne blu e dell’erba verde dei prati. Seduto accanto al fiore, il ragazzo osservò i volatili e ascoltò il suono del vento. Al tramonto la montagna divenne rosa, poi magenta. Presto il sole scomparve, lasciando il posto all’oscurità. Ma il giovane non si sentiva più solo. Ora aveva un’amica: «Sorellina – disse – sei così fragile! Che cosa fai in questo posto freddo e ventoso? Mi sdraierò accanto a te per riscaldarti». E mentre una parte della mente del ragazzo si riposava, l’altra vegliava sul candido fiorellino.

Quando la notte si preparava a incontrare il giorno, il fiore disse: «Ragazzo, ieri eri triste perché non conoscevi la paura. Chi non conosce la paura è fragile. Il saggio impara a vivere con essa!». Il giovane, sorpreso, si avvicinò al fiore per sentirlo meglio. Ma il fiorellino si fece silenzioso, ondeggiando con il vento. Per tutto il giorno il ragazzo continuò a pensare a ciò che il fiore gli aveva detto.

La notte successiva il piccolo indiano scaldò di nuovo il fiorellino con la sua pelliccia. Costui, all’alba, gli disse: «Hai buon cuore, ragazzo mio. Andrai lontano!». Poi rimase in silenzio fino alla notte successiva. All’alba, disse ancora: «Saggezza e buon cuore sono le qualità di un grande capo! Se hai difficoltà, torna sulle montagne. Esse ti doneranno pace e calore».

Quella sera il ragazzo si addormentò pacificamente. Il suo sonno fu popolato di visioni: era diventato capo della sua tribù, felice e prospera. «È ora di tornare dai miei!», pensò. Prima di partire, disse al fiorellino: «Per tre notti mi hai consolato nella mia solitudine e mi hai aiutato ad avere le visioni. Chiedimi quello che vuoi e io mi recherò dal Grande Spirito perché esaudisca i tuoi desideri». Il fiorellino disse timidamente: «A Manitù chiedi per me un vestito azzurro e viola, come le montagne, in modo che gli uomini possano scorgermi e farmi compagnia; un piccolo sole dorato da conservare nel profondo del cuore per consolarmi nei giorni di pioggia; un mantello caldo per affrontare il vento freddo e la neve. Così porterei conforto e speranza alle creature umane!».

Il Grande Spirito, che aveva ascoltato la conversazione, profondamente commosso dalla gentilezza del giovane verso il fiorellino, rispose alla richiesta. Così il piccolo fiore candido divenne blu e viola, con un cuore caldo e dorato, tutto avvolto in un manto verde.

Quel fiorellino fu chiamato “Crocus della prateria”. Gli uomini cominciarono ad ammirarne la forza e la fragilità, i colori e il sentimento. E divenne l’emblema floreale del Grande Spirito Manitù, la forza vitale onnipresente.

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La parabola – raccolta tra gli Algonchini (Nativi Nordamericani) – evidenzia i valori necessari perché un ragazzo diventi un uomo autentico, addirittura un capo saggio, coraggioso e intelligente.