A cura di don Ezio Del Favero

145 – Il villaggio della felicità

«Riceverai per ogni opera un augurio di felicità!»

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un giovane viveva da solo in un villaggio. Lavorava come fabbro, frequentava con regolarità la moschea e si faceva voler bene da tutti per la sua onestà, la sua laboriosità e la sua gentilezza.

Un giorno, mentre stava attraversando i dintorni desertici del villaggio, il giovane fabbro si sentì attrarre da una voce che lo invitava a seguirla. E così si mise in viaggio: camminò a lungo, attraversando vallate ricche di vegetazione, sorgenti di acqua nascoste in profondi canyon, fino ad arrivare nei pressi di un grosso villaggio sconosciuto, in un’oasi immersa nel verde, incastonata tra un palmeto e le montagne.

Lo straniero si meravigliò della pace che regnava in quel luogo e ne fu attratto. La gente lì era accogliente, sorridente, elegante e appariva felice. Ma ciò che lo colpì di più fu che in quel luogo non esisteva il denaro. Se qualcuno aveva bisogno di qualcosa, la chiedeva a chi poteva offrirgliela e, in cambio, invocava su quella persona un augurio: «Che tu sia felice!». Se la merce richiesta era preziosa, la formula veniva ripetuta più volte.

Un giorno il giovane fabbro entrò nella bottega di un collega e gli disse: «Anch’io sono artigiano del ferro come te. Vorrei fermarmi in mezzo a voi e rendermi utile, magari aiutandoti nel lavoro». Il collega fabbro lo accolse col sorriso e accettò di assumerlo in cambio di un numero di benedizioni adeguato al lavoro svolto: «Riceverai per ogni opera un augurio di felicità!».

Così lo straniero si fermò nel villaggio felice e cominciò a lavorare nella bottega del fabbro. Pian piano, entrò negli usi e nelle tradizioni degli abitanti di quel luogo, dove tutti apparivano felici e, pur non essendo ricchi, possedevano quello di cui avevano bisogno.

Tra le usanze del villaggio vi era quella riguardante il matrimonio. Se un giovane desiderava sposare una ragazza non ancora maritata, aspettava che lei andasse alla fontana e lì le chiedeva da bere. Capiva se la ragazza era disposta a sposarlo dal suo sorriso e dalla risposta che dava all’augurio tradizionale “Che tu sia felice!”. Se la ragazza rispondeva a sua volta sorridendo: «Che anche tu sia felice!», il matrimonio si poteva fare.

Un giorno, anche il giovane fabbro si recò presso la fontana. Lì incontrò una bella ragazza che accettò la sua proposta e i due si sposarono. Vissero felici… fino al giorno in cui lo sposo, al ritorno dal lavoro, tornò a casa con un grosso pezzo di carne che aveva visto al mercato e che aveva acquistato in cambio di molte benedizioni. Quando la moglie vide l’acquisto del marito, si spaventò e disse disperata: «Che cosa hai combinato? Siamo solo in due e tu hai acquistato della carne che potrebbe sfamare un’intera famiglia! Hai infranto le regole del nostro popolo, tra le quali vi è quella di non pretendere più di quello di cui si ha bisogno. Non potrai più vivere qui!».

Lo sposo, rattristato, uscì di casa per riflettere sul da farsi. Udì la stessa voce che lo aveva attirato lì e che lo invitava a seguirla di nuovo. Egli la seguì, camminando a lungo, abbandonando le montagne, attraversando vallate ricche di vegetazione, sorgenti di acqua nascoste in profondi canyon, fino a ritrovarsi nel deserto nel suo villaggio natale da dove era partito tempo prima.

Da quel giorno, ogni sera, il buon fabbro si recò puntualmente nei dintorni del suo borgo, sperando di udire la voce che lo aveva guidato nel villaggio della felicità. Ma quella voce non si fece più udire e l’uomo visse per sempre con la nostalgia della sua sposa e del luogo il cui segreto della felicità consisteva nella capacità dei suoi abitanti di accontentarsi del necessario.


La parabola, originaria dell’Algeria, trasmette un messaggio ancora attuale: «La felicità consiste anche nel sapersi accontentare e nel non cercare a tutti i costi il superfluo».

In una parabola simile, un giovane sarto viene rapito da un rapace e condotto in una città sconosciuta al di là del mare, dove trova lavoro e si sposa. Il racconto prosegue: «Ogni giorno, dopo il lavoro, il sarto andava al mercato, comperava il necessario per vivere e il tempo scorreva nella tranquillità e nella serenità. Un giorno, sempre al mercato, il sarto vide un grosso pesce dalla carne bianca e appetitosa e decise di comprarlo in cambio di “Preghiere alla bellezza” pensando che la moglie sarebbe stata contenta. Quando tornò a casa e la sposa vide il grosso pesce, si spaventò e gli disse: “Che cosa hai fatto? Non potrai più vivere in questa città”. Il sarto, rattristato, uscì di casa, sopraggiungere l’uccello rapace che lo afferrò e lo riportò nella sua città natale lasciandolo in cima al minareto proprio dove lo aveva afferrato la prima volta… Dopodiché il rapace non tornò mai più!».

Recita un proverbio arabo: «Vivi sobriamente e sarai ricco quanto un re!».